Yama e Niyama, il comportamento prima dello yoga

Quando in Occidente si pensa allo yoga, la mente corre quasi automaticamente alle asana: posizioni complicate, corpi flessibili, sequenze fluide per sciogliere muscoli e articolazioni. È l’immagine più diffusa, quella che vediamo sui social, nelle pubblicità, nelle riviste. Ma questa visione racconta solo una piccola parte di una disciplina molto più profonda.

Patanjali, l’antico saggio che ha codificato lo yoga negli Yoga Sutra, ci dice qualcosa di diverso: prima ancora di muovere il corpo, ci sono due passi da affrontare. Due step che non restano confinati al tappetino, ma che vanno applicati prima, durante e dopo la pratica e, più in generale, sempre, nella vita di ogni giorno. Questi due passi si chiamano Yama e Niyama, e sono la vera filosofia che precede lo yoga come lo intendiamo comunemente.

 

Dove si trovano negli Yoga Sutra

Yama e Niyama sono trattati nel Sadhana Pada, il secondo libro degli Yoga Sutra, dedicato alla pratica concreta. Nel sutra II.29, Patanjali elenca gli otto passi dello yoga (Ashtanga): yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi. Le asana, quelle che noi associamo per prime allo yoga, arrivano solo al terzo posto. Subito dopo l’elenco, nel sutra II.30, Patanjali definisce i cinque Yama, e nel sutra II.32 i cinque Niyama.

Un aspetto che mi ha molto colpito leggendo i sutra dedicati a questo argomento è che nel sutra II.31 si afferma che gli yama sono regole universali, valide “senza eccezioni legate a casta, luogo, tempo o circostanze”. Non sono quindi regole culturali o religiose limitate a un’epoca, ma principi etici universali, applicabili a chiunque, sempre. Se li si legge con attenzione, si scopre che questi suggerimenti di comportamento sono molto vicini ai precetti di altre religioni.

 

I cinque Yama: come ci relazioniamo con il mondo

Gli Yama sono le discipline che regolano il nostro comportamento verso l’esterno, verso gli altri e verso il mondo che ci circonda:

  1. Ahimsa – la non violenza, in pensieri, parole e azioni.

  2. Satya – la verità, l’onestà con sé stessi e con gli altri.

  3. Asteya – il non rubare, che si estende anche al non “prendere” tempo, energie o attenzioni non dovute.

  4. Brahmacharya – la moderazione, spesso tradotta come continenza, ma più ampiamente intesa come uso consapevole delle proprie energie vitali.

  5. Aparigraha – il non possesso, il non accumulare più di quanto sia necessario.

I cinque Niyama: come ci relazioniamo con noi stessi

Se gli Yama guardano fuori, i Niyama guardano dentro: sono le discipline personali verso sé stessi.

  1. Sauca – la purezza, sia fisica che mentale.

  2. Santosha – l’appagamento, la capacità di essere contenti di ciò che si ha.

  3. Tapas – la disciplina, l’austerità che alimenta la trasformazione interiore.

  4. Svadhyaya – lo studio di sé, la conoscenza di sé attraverso l’introspezione e lo studio dei testi sacri.

  5. Ishvara Pranidhana – l’abbandono, la resa a un principio superiore.

Cosa fare quando emergono pensieri contrari

Patanjali non si limita a darci una lista di regole da seguire: nei sutra II.33-34 ci offre anche uno strumento concreto per i momenti in cui, nella pratica di tutti i giorni, sentiamo nascere dentro di noi pensieri o impulsi che vanno contro yama e niyama. Questo strumento si chiama pratipaksha bhavana, che possiamo tradurre come “coltivare il pensiero opposto”.

L’idea è semplice: quando ci accorgiamo di avere un pensiero negativo, non dobbiamo reprimerlo o giudicarci per averlo avuto. Possiamo invece scegliere, in modo consapevole, di spostare l’attenzione su un pensiero opposto e positivo, fino a farlo diventare più forte di quello negativo.

Ad esempio, se sento crescere in me un moto di rabbia (che va contro ahimsa, la non violenza), posso fermarmi un momento e scegliere di dirigere la mente verso pensieri di calma e comprensione verso l’altra persona. Non si tratta di far finta che la rabbia non esista, ma di non lasciarla guidare le mie azioni, sostituendola gradualmente con un atteggiamento diverso.

I “frutti” della pratica

Uno degli aspetti più affascinanti degli Yoga Sutra è che Patanjali non si ferma a spiegare cosa fare: dal sutra II.35 al II.45 descrive anche cosa succede, concretamente, quando uno yama o un niyama viene praticato a fondo, fino a diventare parte stabile di noi.

Per capirlo con qualche esempio: quando ahimsa (la non violenza) è davvero radicata in una persona, Patanjali dice che chi le sta vicino smette spontaneamente di provare ostilità o aggressività (II.35). È come se la pace interiore di quella persona si trasmettesse a chi la circonda, senza bisogno di parole.

Quando invece satya (la sincerità) è ben stabilizzata, le parole e le azioni di quella persona portano naturalmente al risultato giusto, come se dicessero e facessero automaticamente ciò che è vero e opportuno (II.36). In altre parole, chi vive nella verità non ha più bisogno di sforzarsi: le cose si allineano da sole.

Perché Yama e Niyama restano attuali

Quello che rende questi principi così potenti, più di duemila anni dopo averli scritti, è che valgono per chiunque, in qualsiasi epoca. Non sono regole da eseguire meccanicamente sul tappetino, e non finiscono quando termina la lezione di yoga.

Sono piuttosto un invito a fermarsi e osservare come viviamo ogni giorno: come trattiamo le persone intorno a noi, come trattiamo noi stessi, con quale onestà e rispetto ci muoviamo nel mondo.

Prima ancora di qualsiasi posizione fisica, lo yoga comincia proprio da qui: da un modo di vivere quotidiano che, se praticato con costanza, cambia poco a poco anche il modo in cui stiamo nel mondo — dentro e fuori dal tappetino.

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